‘E Curti, Sant’Anastasia…..’A Casa!!!!

Primo giorno d’estate abbiamo deciso di prendere la Delorean, spingerla fino ad 88 miglia orari ed andare a Sant’Anastasia a fare visita a quella che universalmente viene riconosciuta come la mamma delle trattorie di Napoli e provincia… ‘E Curti!!!!

ecurti

Trattoria mitica fondata da 2 fratelli, definiti appunti ‘e curti, chiaramente, per la loro altezza, che dopo aver viaggiato in lungo ed in largo per tutta la penisola decisero di ritornare nella loro città natia.  Nel 1952 rilevarono la locanda “o’ monaco”  di un loro zio,  che in passato aveva preferito le gioie terrene a quelle spirituali, e da li in poi è storia.

Non è proprio facile trovare il ristorante, ci si deve inerpicare tra i vicoletti del paese e chiedere più di una volta, ma imparata la strada dopo non si dimentica, idem per parcheggiare, c’è bisogno di girare un poco ed arrangiarsi dove si può, ma oggi è la prima domenica d’estate e tutti sono al mare, posto c’è in abbondanza :D.

Alcuni sostengono che non è più un baluardo della cucina classica napoletana e col tempo e con le generazioni che si susseguono un po’ di quella tradizionalità si è persa….. ma andateci, provate e vi troverete catapultati in un nanosecondo nella Napoli che fu!!!

Ad accogliervi don Carmine, che sta sempre dietro al bancone, dal piglio deciso, apparentemente ‘ntussecuso, ma poi anfitrione d’eccellenza per tutti gli avventori. La sala piccola appena 25 coperti, rievoca l’atmosfera familiare che pervade tutto il locale.

Locale che non è semplicemente il luogo dove si lavora, ma casa… a giocare tra i tavoli ci sono i nipoti della signora Angelina, la matrona e cuoca, ed io penso che la nuova generazione sta già pigliando confidenza.

Antipasti semplici, ma materia prima di tutto rispetto. Prosciutto, ricottina, o meglio fior di ricotta che fanno a Sant’Anastasia, panzarotti e frittelle di sciurilli… dalla sala ci avvertono che non sono le solite, queste sono fatte con il lievito madre… scusate la foto non c’è… mi so scordato di farla tant’era la fame :).

Il menù è declamato a voce ed è difficile ricordarsi tutti i primi, noi optiamo per delle buonissime tagliatelle, guanciale e zucchine. Tagliatella cotta davvero bene, la cui porosità si amalgama perfettamente con l’intingolo.

Il secondo primo è il piatto simbolo del locale, il nome è davvero rivoltante, ma è solo frutto della tipica schiettezza Napoletana…’O sicchio da’ munnezza. Il piatto ha una storia legata alla tradizione delle famiglie napoletane e come idea di base ha il riuso ed il riciclo … le nostre nonne durante le feste comandate avevano un bel da fare in cucina e non sempre si era così bravi con le dosi e considerando la pletora di piatti previsti per un pranzo tradizionale, finiva sempre che avanzasse qualcosa… perchè sprecarla???

Ed ecco il risultato, vermicelli fatti con gli avanzi delle ciociole: noci, nocciole, pinoli, olive, capperi ed una spolverata di origano.. che dire un viaggio nella tradizione e nella cucina più vera del popolo e delle famiglie popolane che facevano i salti mortali per far quadrare i conti e portare avanti la casa. Piatti del genere hanno fatto la nostra storia e le nostre tradizioni!!!!

All’assaggio mi sono subito venute in mente le mie 2 nonne alle prese con la grande guerra. La paterna pronta ad  imbracciare un fucile per ammazzare una marzaiola che si stava riprendendo dalla migrazione nel giardino antistante casa, per poi subito cucinarla e servirla alla famiglia la sera a cena… 7 figli, mi sono sempre chiesto come l’avesse cucinata.

La materna che raccoglieva erbe spontanee per farne insalate e minestre, ‘o bruguglino che non ho mai capito cosa fosse e l’evera vasciulella, che i napoletani burloni chiamano in un’altro modo molto più prosaico, ‘ a pucchiacchella.. :)… ma sto divagando…

Rossella si ferma al primo ed io imperterrito continuo perché tra i secondi ci sta l’agnello lattante coi piselli, specialità del luogo.

Figlio di una cottura lunga ed attenta, la carne molto delicata ma dal sapore deciso ne fanno un piatto davvero succulento.

Il pranzo si conclude con una divertente chiacchierata con la signora Angelina e la sua sous-chef quasi ottuagenaria, entrambe si assicurano che Giulio abbia mangiato e gli fanno notare che in un angolo del soffitto c’è un grossissimo ragno che ascolta i bimbi e controlla che mangino tutto, altrimenti lascia la ragnatela e si poggia sulla testa del malcapitato.. non c’è pericolo lui ha spazzolato il piatto di ziti al sugo ed i 2 panzarotti!!!

Che cosa manca? Manca il dolce ed il famosissimo Nucillo. Optiamo per quelli fatti da loro una sorta di dolce fatto con il ripieno della sfogliatella, molto profumato ed un tiramisù che non può essere definito tale perché fatto con la ricotta e gli oro saiwa al posto dei savoiardi. Stavolta è Rossella che evoca mia nonna paterna, ricordandomi il suo finto tiramisù, che era un gelato fatto con la panna ed il caffè e con una base di pavesini ammollati.

Il Nucillo, nero come petrolio, mi viene servito in un piccolo bicchiere di vetro infrangibile. Devo dire la verità, non ci sono mai andato appresso…ma in questo caso è stato amore vero… 50 e più gradi, dolce, molto profumato ed aromatico, dal tipico retrogusto amaragnolo. Un salto nel passato, a quando mia nonna materna, rigorosamente nella notte prima di San Giovanni, raccoglieva le noci le spaccava e le metteva in un grande contenitore di vetro al sole ed alla luna, se non erro, per 40 giorni. La mattina dopo teneva delle mani nere come la pece ed io, divertito, tutte le volte le dicevo ma perché non indossi i guanti?? Lei impettita mi rispondeva che il Nucillo ha le sue regole e vanno rispettate!!!

Liquore mitico che si rifà ad antiche credenze ed usanze popolari… figlio delle streghe e delle notti di luna piena!!! Risultato me ne sono comprato 2 bottiglie e l’articolo appena scritto è figlio di questo mitico Nucillo!!!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *